LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE ALIGHIERI PURGATORIO Purgatorio: Canto I Per correr miglior acque alza le vele omai la navicella del mio ingegno, che lascia dietro a se/ mar si` crudele; e cantero` di quel secondo regno dove l'umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno. Ma qui la morta poesi` resurga, o sante Muse, poi che vostro sono; e qui Caliope` alquanto surga, seguitando il mio canto con quel suono di cui le Piche misere sentiro lo colpo tal, che disperar perdono. Dolce color d'oriental zaffiro, che s'accoglieva nel sereno aspetto del mezzo, puro infino al primo giro, a li occhi miei ricomincio` diletto, tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta che m'avea contristati li occhi e 'l petto. Lo bel pianeto che d'amar conforta faceva tutto rider l'oriente, velando i Pesci ch'erano in sua scorta. I' mi volsi a man destra, e puosi mente a l'altro polo, e vidi quattro stelle non viste mai fuor ch'a la prima gente. Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle: oh settentrional vedovo sito, poi che privato se' di mirar quelle! Com' io da loro sguardo fui partito, un poco me volgendo a l 'altro polo, la` onde 'l Carro gia` era sparito, vidi presso di me un veglio solo, degno di tanta reverenza in vista, che piu` non dee a padre alcun figliuolo. Lunga la barba e di pel bianco mista portava, a' suoi capelli simigliante, de' quai cadeva al petto doppia lista. Li raggi de le quattro luci sante fregiavan si` la sua faccia di lume, ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante. <>, diss' el, movendo quelle oneste piume. <>. Lo duca mio allor mi die` di piglio, e con parole e con mani e con cenni reverenti mi fe/ le gambe e 'l ciglio. Poscia rispuose lui: <>. <>, diss' elli allora, <>. Cosi` spari`; e io su` mi levai sanza parlare, e tutto mi ritrassi al duca mio, e li occhi a lui drizzai. El comincio`: <>. L'alba vinceva l'ora mattutina che fuggia innanzi, si` che di lontano conobbi il tremolar de la marina. Noi andavam per lo solingo piano com' om che torna a la perduta strada, che 'nfino ad essa li pare ire in vano. Quando noi fummo la` 've la rugiada pugna col sole, per essere in parte dove, ad orezza, poco si dirada, ambo le mani in su l'erbetta sparte soavemente 'l mio maestro pose: ond' io, che fui accorto di sua arte, porsi ver' lui le guance lagrimose; ivi mi fece tutto discoverto quel color che l'inferno mi nascose. Venimmo poi in sul lito diserto, che mai non vide navicar sue acque omo, che di tornar sia poscia esperto. Quivi mi cinse si` com' altrui piacque: oh maraviglia! che/ qual elli scelse l'umile pianta, cotal si rinacque subitamente la` onde l'avelse. Purgatorio: Canto II Gia` era 'l sole a l'orizzonte giunto lo cui meridian cerchio coverchia Ierusale`m col suo piu` alto punto; e la notte, che opposita a lui cerchia, uscia di Gange fuor con le Bilance, che le caggion di man quando soverchia; si` che le bianche e le vermiglie guance, la` dov' i' era, de la bella Aurora per troppa etate divenivan rance. Noi eravam lunghesso mare ancora, come gente che pensa a suo cammino, che va col cuore e col corpo dimora. Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, per li grossi vapor Marte rosseggia giu` nel ponente sovra 'l suol marino, cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia, un lume per lo mar venir si` ratto, che 'l muover suo nessun volar pareggia. Dal qual com' io un poco ebbi ritratto l'occhio per domandar lo duca mio, rividil piu` lucente e maggior fatto. Poi d'ogne lato ad esso m'appario un non sapeva che bianco, e di sotto a poco a poco un altro a lui usci`o. Lo mio maestro ancor non facea motto, mentre che i primi bianchi apparver ali; allor che ben conobbe il galeotto, grido`: <>. Poi, come piu` e piu` verso noi venne l'uccel divino, piu` chiaro appariva: per che l'occhio da presso nol sostenne, ma chinail giuso; e quei sen venne a riva con un vasello snelletto e leggero, tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva. Da poppa stava il celestial nocchiero, tal che faria beato pur descripto; e piu` di cento spirti entro sediero. `In exitu Israel de Aegypto' cantavan tutti insieme ad una voce con quanto di quel salmo e` poscia scripto. Poi fece il segno lor di santa croce; ond' ei si gittar tutti in su la piaggia: ed el sen gi`, come venne, veloce. La turba che rimase li`, selvaggia parea del loco, rimirando intorno come colui che nove cose assaggia. Da tutte parti saettava il giorno lo sol, ch'avea con le saette conte di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno, quando la nova gente alzo` la fronte ver' noi, dicendo a noi: <>. E Virgilio rispuose: <>. L'anime, che si fuor di me accorte, per lo spirare, ch'i' era ancor vivo, maravigliando diventaro smorte. E come a messagger che porta ulivo tragge la gente per udir novelle, e di calcar nessun si mostra schivo, cosi` al viso mio s'affisar quelle anime fortunate tutte quante, quasi obliando d'ire a farsi belle. Io vidi una di lor trarresi avante per abbracciarmi con si` grande affetto, che mosse me a far lo somigliante. Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto! tre volte dietro a lei le mani avvinsi, e tante mi tornai con esse al petto. Di maraviglia, credo, mi dipinsi; per che l'ombra sorrise e si ritrasse, e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. Soavemente disse ch'io posasse; allor conobbi chi era, e pregai che, per parlarmi, un poco s'arrestasse. Rispuosemi: <>. <>, diss' io; <>. Ed elli a me: <>. E io: <>. `Amor che ne la mente mi ragiona' comincio` elli allor si` dolcemente, che la dolcezza ancor dentro mi suona. Lo mio maestro e io e quella gente ch'eran con lui parevan si` contenti, come a nessun toccasse altro la mente. Noi eravam tutti fissi e attenti a le sue note; ed ecco il veglio onesto gridando: <>. Come quando, cogliendo biado o loglio, li colombi adunati a la pastura, queti, sanza mostrar l'usato orgoglio, se cosa appare ond' elli abbian paura, subitamente lasciano star l'esca, perch' assaliti son da maggior cura; cosi` vid' io quella masnada fresca lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa, com' om che va, ne/ sa dove riesca; ne/ la nostra partita fu men tosta. Purgatorio: Canto III Avvegna che la subitana fuga dispergesse color per la campagna, rivolti al monte ove ragion ne fruga, i' mi ristrinsi a la fida compagna: e come sare' io sanza lui corso? chi m'avria tratto su per la montagna? El mi parea da se/ stesso rimorso: o dignitosa coscienza e netta, come t'e` picciol fallo amaro morso! Quando li piedi suoi lasciar la fretta, che l'onestade ad ogn' atto dismaga, la mente mia, che prima era ristretta, lo 'ntento rallargo`, si` come vaga, e diedi 'l viso mio incontr' al poggio che 'nverso 'l ciel piu` alto si dislaga. Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, rotto m'era dinanzi a la figura, ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio. Io mi volsi dallato con paura d'essere abbandonato, quand' io vidi solo dinanzi a me la terra oscura; e 'l mio conforto: <>, a dir mi comincio` tutto rivolto; <>; e qui chino` la fronte, e piu` non disse, e rimase turbato. Noi divenimmo intanto a pie` del monte; quivi trovammo la roccia si` erta, che 'ndarno vi sarien le gambe pronte. Tra Lerice e Turbi`a la piu` diserta, la piu` rotta ruina e` una scala, verso di quella, agevole e aperta. <>, disse 'l maestro mio fermando 'l passo, <>. E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso essaminava del cammin la mente, e io mirava suso intorno al sasso, da man sinistra m'appari` una gente d'anime, che movieno i pie` ver' noi, e non pareva, si` venian lente. <>, diss' io, <>. Guardo` allora, e con libero piglio rispuose: <>. Ancora era quel popol di lontano, i' dico dopo i nostri mille passi, quanto un buon gittator trarria con mano, quando si strinser tutti ai duri massi de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti com' a guardar, chi va dubbiando, stassi. <>, Virgilio incomincio`, <>. Come le pecorelle escon del chiuso a una, a due, a tre, e l'altre stanno timidette atterrando l'occhio e 'l muso; e cio` che fa la prima, e l'altre fanno, addossandosi a lei, s'ella s'arresta, semplici e quete, e lo 'mperche/ non sanno; si` vid' io muovere a venir la testa di quella mandra fortunata allotta, pudica in faccia e ne l'andare onesta. Come color dinanzi vider rotta la luce in terra dal mio destro canto, si` che l'ombra era da me a la grotta, restaro, e trasser se/ in dietro alquanto, e tutti li altri che venieno appresso, non sappiendo 'l perche/, fenno altrettanto. <>. Cosi` 'l maestro; e quella gente degna <>, disse, <>, coi dossi de le man faccendo insegna. E un di loro incomincio`: <>. Io mi volsi ver' lui e guardail fiso: biondo era e bello e di gentile aspetto, ma l'un de' cigli un colpo avea diviso. Quand' io mi fui umilmente disdetto d'averlo visto mai, el disse: <>; e mostrommi una piaga a sommo 'l petto. Poi sorridendo disse: <>. Purgatorio: Canto IV Quando per dilettanze o ver per doglie, che alcuna virtu` nostra comprenda, l'anima bene ad essa si raccoglie, par ch'a nulla potenza piu` intenda; e questo e` contra quello error che crede ch'un'anima sovr' altra in noi s'accenda. E pero`, quando s'ode cosa o vede che tegna forte a se/ l'anima volta, vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede; ch'altra potenza e` quella che l'ascolta, e altra e` quella c'ha l'anima intera: questa e` quasi legata e quella e` sciolta. Di cio` ebb' io esperienza vera, udendo quello spirto e ammirando; che/ ben cinquanta gradi salito era lo sole, e io non m'era accorto, quando venimmo ove quell' anime ad una gridaro a noi: <>. Maggiore aperta molte volte impruna con una forcatella di sue spine l'uom de la villa quando l'uva imbruna, che non era la calla onde sali`ne lo duca mio, e io appresso, soli, come da noi la schiera si parti`ne. Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, montasi su in Bismantova e 'n Cacume con esso i pie`; ma qui convien ch'om voli; dico con l'ale snelle e con le piume del gran disio, di retro a quel condotto che speranza mi dava e facea lume. Noi salavam per entro 'l sasso rotto, e d'ogne lato ne stringea lo stremo, e piedi e man volea il suol di sotto. Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo de l'alta ripa, a la scoperta piaggia, <>, diss' io, <>. Ed elli a me: <>. Lo sommo er' alto che vincea la vista, e la costa superba piu` assai che da mezzo quadrante a centro lista. Io era lasso, quando cominciai: <>. <>, disse, <>, additandomi un balzo poco in su`e che da quel lato il poggio tutto gira. Si` mi spronaron le parole sue, ch'i' mi sforzai carpando appresso lui, tanto che 'l cinghio sotto i pie` mi fue. A seder ci ponemmo ivi ambedui vo`lti a levante ond' eravam saliti, che suole a riguardar giovare altrui. Li occhi prima drizzai ai bassi liti; poscia li alzai al sole, e ammirava che da sinistra n'eravam feriti. Ben s'avvide il poeta ch'io stava stupido tutto al carro de la luce, ove tra noi e Aquilone intrava. Ond' elli a me: <>. <> diss' io, <>. Ed elli a me: <>. E com' elli ebbe sua parola detta, una voce di presso sono`: <>. Al suon di lei ciascun di noi si torse, e vedemmo a mancina un gran petrone, del qual ne/ io ne/ ei prima s'accorse. La` ci traemmo; e ivi eran persone che si stavano a l'ombra dietro al sasso come l'uom per negghienza a star si pone. E un di lor, che mi sembiava lasso, sedeva e abbracciava le ginocchia, tenendo 'l viso giu` tra esse basso. <>, diss' io, <>. Allor si volse a noi e puose mente, movendo 'l viso pur su per la coscia, e disse: <>. Conobbi allor chi era, e quella angoscia che m'avacciava un poco ancor la lena, non m'impedi` l'andare a lui; e poscia ch'a lui fu' giunto, alzo` la testa a pena, dicendo: <>. Li atti suoi pigri e le corte parole mosser le labbra mie un poco a riso; poi cominciai: <>. Ed elli: <>. E gia` il poeta innanzi mi saliva, e dicea: <>. Purgatorio: Canto V Io era gia` da quell' ombre partito, e seguitava l'orme del mio duca, quando di retro a me, drizzando 'l dito, una grido`: <>. Li occhi rivolsi al suon di questo motto, e vidile guardar per maraviglia pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto. <>, disse 'l maestro, <>. Che potea io ridir, se non <>? Dissilo, alquanto del color consperso che fa l'uom di perdon talvolta degno. E 'ntanto per la costa di traverso venivan genti innanzi a noi un poco, cantando `Miserere' a verso a verso. Quando s'accorser ch'i' non dava loco per lo mio corpo al trapassar d'i raggi, mutar lor canto in un <> lungo e roco; e due di loro, in forma di messaggi, corsero incontr' a noi e dimandarne: <>. E 'l mio maestro: <>. Vapori accesi non vid' io si` tosto di prima notte mai fender sereno, ne/, sol calando, nuvole d'agosto, che color non tornasser suso in meno; e, giunti la`, con li altri a noi dier volta, come schiera che scorre sanza freno. <>, disse 'l poeta: <>. <>, venian gridando, <>. E io: <>. E uno incomincio`: <>. Poi disse un altro: <>. E io a lui: <>. <>, rispuos' elli, <>. <>, seguito` 'l terzo spirito al secondo, <>. Purgatorio: Canto VI Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara; con l'altro se ne va tutta la gente; qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, e qual dallato li si reca a mente; el non s'arresta, e questo e quello intende; a cui porge la man, piu` non fa pressa; e cosi` da la calca si difende. Tal era io in quella turba spessa, volgendo a loro, e qua e la`, la faccia, e promettendo mi sciogliea da essa. Quiv' era l'Aretin che da le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, e l'altro ch'annego` correndo in caccia. Quivi pregava con le mani sporte Federigo Novello, e quel da Pisa che fe/ parer lo buon Marzucco forte. Vidi conte Orso e l'anima divisa dal corpo suo per astio e per inveggia, com' e' dicea, non per colpa commisa; Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, mentr' e` di qua, la donna di Brabante, si` che pero` non sia di peggior greggia. Come libero fui da tutte quante quell' ombre che pregar pur ch'altri prieghi, si` che s'avacci lor divenir sante, io cominciai: <>. Ed elli a me: <>. E io: <>. <>, rispuose, <>. Venimmo a lei: o anima lombarda, come ti stavi altera e disdegnosa e nel mover de li occhi onesta e tarda! Ella non ci dicea alcuna cosa, ma lasciavane gir, solo sguardando a guisa di leon quando si posa. Pur Virgilio si trasse a lei, pregando che ne mostrasse la miglior salita; e quella non rispuose al suo dimando, ma di nostro paese e de la vita ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava <>, e l'ombra, tutta in se/ romita, surse ver' lui del loco ove pria stava, dicendo: <>; e l'un l'altro abbracciava. Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! Quell' anima gentil fu cosi` presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, di fare al cittadin suo quivi festa; e ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode di quei ch'un muro e una fossa serra. Cerca, misera, intorno da le prode le tue marine, e poi ti guarda in seno, s'alcuna parte in te di pace gode. Che val perche/ ti racconciasse il freno Iustiniano, se la sella e` vo`ta? Sanz' esso fora la vergogna meno. Ahi gente che dovresti esser devota, e lasciar seder Cesare in la sella, se bene intendi cio` che Dio ti nota, guarda come esta fiera e` fatta fella per non esser corretta da li sproni, poi che ponesti mano a la predella. O Alberto tedesco ch'abbandoni costei ch'e` fatta indomita e selvaggia, e dovresti inforcar li suoi arcioni, giusto giudicio da le stelle caggia sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto, tal che 'l tuo successor temenza n'aggia! Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto, per cupidigia di costa` distretti, che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto. Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: color gia` tristi, e questi con sospetti! Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura d'i tuoi gentili, e cura lor magagne; e vedrai Santafior com' e` oscura! Vieni a veder la tua Roma che piagne vedova e sola, e di` e notte chiama: <>. Vieni a veder la gente quanto s'ama! e se nulla di noi pieta` ti move, a vergognar ti vien de la tua fama. E se licito m'e`, o sommo Giove che fosti in terra per noi crucifisso, son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? O e` preparazion che ne l'abisso del tuo consiglio fai per alcun bene in tutto de l'accorger nostro scisso? Che/ le citta` d'Italia tutte piene son di tiranni, e un Marcel diventa ogne villan che parteggiando viene. Fiorenza mia, ben puoi esser contenta di questa digression che non ti tocca, merce/ del popol tuo che si argomenta. Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca per non venir sanza consiglio a l'arco; ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca. Molti rifiutan lo comune incarco; ma il popol tuo solicito risponde sanza chiamare, e grida: <>. Or ti fa lieta, che/ tu hai ben onde: tu ricca, tu con pace e tu con senno! S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde. Atene e Lacedemona, che fenno l'antiche leggi e furon si` civili, fecero al viver bene un picciol cenno verso di te, che fai tanto sottili provedimenti, ch'a mezzo novembre non giugne quel che tu d'ottobre fili. Quante volte, del tempo che rimembre, legge, moneta, officio e costume hai tu mutato, e rinovate membre! E se ben ti ricordi e vedi lume, vedrai te somigliante a quella inferma che non puo` trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma. Purgatorio: Canto VII Poscia che l'accoglienze oneste e liete furo iterate tre e quattro volte, Sordel si trasse, e disse: <>. <>. Cosi` rispuose allora il duca mio. Qual e` colui che cosa innanzi se/ su`bita vede ond' e' si maraviglia, che crede e non, dicendo <>, tal parve quelli; e poi chino` le ciglia, e umilmente ritorno` ver' lui, e abbraccio`l la` 've 'l minor s'appiglia. <>, disse, <>. <>, rispuose lui, <>. Rispuose: <>. <>, fu risposto. <>. E 'l buon Sordello in terra frego` 'l dito, dicendo: <>. Allora il mio segnor, quasi ammirando, <>, disse, <>. Poco allungati c'eravam di lici, quand' io m'accorsi che 'l monte era scemo, a guisa che i vallon li sceman quici. <>, disse quell' ombra, <>. Tra erto e piano era un sentiero schembo, che ne condusse in fianco de la lacca, la` dove piu` ch'a mezzo muore il lembo. Oro e argento fine, cocco e biacca, indaco, legno lucido e sereno, fresco smeraldo in l'ora che si fiacca, da l'erba e da li fior, dentr' a quel seno posti, ciascun saria di color vinto, come dal suo maggiore e` vinto il meno. Non avea pur natura ivi dipinto, ma di soavita` di mille odori vi facea uno incognito e indistinto. `Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori quindi seder cantando anime vidi, che per la valle non parean di fuori. <>, comincio` 'l Mantoan che ci avea vo`lti, <>. Purgatorio: Canto VIII Era gia` l'ora che volge il disio ai navicanti e 'ntenerisce il core lo di` c'han detto ai dolci amici addio; e che lo novo peregrin d'amore punge, se ode squilla di lontano che paia il giorno pianger che si more; quand' io incominciai a render vano l'udire e a mirare una de l'alme surta, che l'ascoltar chiedea con mano. Ella giunse e levo` ambo le palme, ficcando li occhi verso l'oriente, come dicesse a Dio: `D'altro non calme'. `Te lucis ante' si` devotamente le usci`o di bocca e con si` dolci note, che fece me a me uscir di mente; e l'altre poi dolcemente e devote seguitar lei per tutto l'inno intero, avendo li occhi a le superne rote. Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, che/ 'l velo e` ora ben tanto sottile, certo che 'l trapassar dentro e` leggero. Io vidi quello essercito gentile tacito poscia riguardare in su`e, quasi aspettando, palido e umi`le; e vidi uscir de l'alto e scender giu`e due angeli con due spade affocate, tronche e private de le punte sue. Verdi come fogliette pur mo nate erano in veste, che da verdi penne percosse traean dietro e ventilate. L'un poco sovra noi a star si venne, e l'altro scese in l'opposita sponda, si` che la gente in mezzo si contenne. Ben discernea in lor la testa bionda; ma ne la faccia l'occhio si smarria, come virtu` ch'a troppo si confonda. <>, disse Sordello, <>. Ond' io, che non sapeva per qual calle, mi volsi intorno, e stretto m'accostai, tutto gelato, a le fidate spalle. E Sordello anco: <>. Solo tre passi credo ch'i' scendesse, e fui di sotto, e vidi un che mirava pur me, come conoscer mi volesse. Temp' era gia` che l'aere s'annerava, ma non si` che tra li occhi suoi e ' miei non dichiarisse cio` che pria serrava. Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei: giudice Nin gentil, quanto mi piacque quando ti vidi non esser tra ' rei! Nullo bel salutar tra noi si tacque; poi dimando`: <>. <>, diss' io lui, <>. E come fu la mia risposta udita, Sordello ed elli in dietro si raccolse come gente di su`bito smarrita. L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse che sedea li`, gridando: <>. Poi, vo`lto a me: <>. Cosi` dicea, segnato de la stampa, nel suo aspetto, di quel dritto zelo che misuratamente in core avvampa. Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, pur la` dove le stelle son piu` tarde, si` come rota piu` presso a lo stelo. E 'l duca mio: <>. E io a lui: <>. Ond' elli a me: <>. Com' ei parlava, e Sordello a se/ il trasse dicendo: <>; e drizzo` il dito perche/ 'n la` guardasse. Da quella parte onde non ha riparo la picciola vallea, era una biscia, forse qual diede ad Eva il cibo amaro. Tra l'erba e ' fior veni`a la mala striscia, volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso leccando come bestia che si liscia. Io non vidi, e pero` dicer non posso, come mosser li astor celestiali; ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso. Sentendo fender l'aere a le verdi ali, fuggi` 'l serpente, e li angeli dier volta, suso a le poste rivolando iguali. L'ombra che s'era al giudice raccolta quando chiamo`, per tutto quello assalto punto non fu da me guardare sciolta. <>, comincio` ella, <>. <>, diss' io lui, <>. Ed elli: <>. Purgatorio: Canto IX La concubina di Titone antico gia` s'imbiancava al balco d'oriente, fuor de le braccia del suo dolce amico; di gemme la sua fronte era lucente, poste in figura del freddo animale che con la coda percuote la gente; e la notte, de' passi con che sale, fatti avea due nel loco ov' eravamo, e 'l terzo gia` chinava in giuso l'ale; quand' io, che meco avea di quel d'Adamo, vinto dal sonno, in su l'erba inchinai la` 've gia` tutti e cinque sedavamo. Ne l'ora che comincia i tristi lai la rondinella presso a la mattina, forse a memoria de' suo' primi guai, e che la mente nostra, peregrina piu` da la carne e men da' pensier presa, a le sue vision quasi e` divina, in sogno mi parea veder sospesa un'aguglia nel ciel con penne d'oro, con l'ali aperte e a calare intesa; ed esser mi parea la` dove fuoro abbandonati i suoi da Ganimede, quando fu ratto al sommo consistoro. Fra me pensava: `Forse questa fiede pur qui per uso, e forse d'altro loco disdegna di portarne suso in piede'. Poi mi parea che, poi rotata un poco, terribil come folgor discendesse, e me rapisse suso infino al foco. Ivi parea che ella e io ardesse; e si` lo 'ncendio imaginato cosse, che convenne che 'l sonno si rompesse. Non altrimenti Achille si riscosse, li occhi svegliati rivolgendo in giro e non sappiendo la` dove si fosse, quando la madre da Chiro/n a Schiro trafuggo` lui dormendo in le sue braccia, la` onde poi li Greci il dipartiro; che mi scoss' io, si` come da la faccia mi fuggi` 'l sonno, e diventa' ismorto, come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia. Dallato m'era solo il mio conforto, e 'l sole er' alto gia` piu` che due ore, e 'l viso m'era a la marina torto. <>, disse il mio segnore; <>. A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta e che muta in conforto sua paura, poi che la verita` li e` discoperta, mi cambia' io; e come sanza cura vide me 'l duca mio, su per lo balzo si mosse, e io di rietro inver' l'altura. Lettor, tu vedi ben com' io innalzo la mia matera, e pero` con piu` arte non ti maravigliar s'io la rincalzo. Noi ci appressammo, ed eravamo in parte che la` dove pareami prima rotto, pur come un fesso che muro diparte, vidi una porta, e tre gradi di sotto per gire ad essa, di color diversi, e un portier ch'ancor non facea motto. E come l'occhio piu` e piu` v'apersi, vidil seder sovra 'l grado sovrano, tal ne la faccia ch'io non lo soffersi; e una spada nuda avea in mano, che reflettea i raggi si` ver' noi, ch'io drizzava spesso il viso in vano. <>, comincio` elli a dire, <>. <>, rispuose 'l mio maestro a lui, <>. <>, ricomincio` il cortese portinaio: <>. La` ne venimmo; e lo scaglion primaio bianco marmo era si` pulito e terso, ch'io mi specchiai in esso qual io paio. Era il secondo tinto piu` che perso, d'una petrina ruvida e arsiccia, crepata per lo lungo e per traverso. Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia, porfido mi parea, si` fiammeggiante come sangue che fuor di vena spiccia. Sovra questo tenea ambo le piante l'angel di Dio sedendo in su la soglia che mi sembiava pietra di diamante. Per li tre gradi su` di buona voglia mi trasse il duca mio, dicendo: <>. Divoto mi gittai a' santi piedi; misericordia chiesi e ch'el m'aprisse, ma tre volte nel petto pria mi diedi. Sette P ne la fronte mi descrisse col punton de la spada, e <> disse. Cenere, o terra che secca si cavi, d'un color fora col suo vestimento; e di sotto da quel trasse due chiavi. L'una era d'oro e l'altra era d'argento; pria con la bianca e poscia con la gialla fece a la porta si`, ch'i' fu' contento. <>, diss' elli a noi, <>. Poi pinse l'uscio a la porta sacrata, dicendo: <>. E quando fuor ne' cardini distorti li spigoli di quella regge sacra, che di metallo son sonanti e forti, non rugghio` si` ne/ si mostro` si` acra Tarpea, come tolto le fu il buono Metello, per che poi rimase macra. Io mi rivolsi attento al primo tuono, e `Te Deum laudamus' mi parea udire in voce mista al dolce suono. Tale imagine a punto mi rendea cio` ch'io udiva, qual prender si suole quando a cantar con organi si stea; ch'or si` or no s'intendon le parole. Purgatorio: Canto X Poi fummo dentro al soglio de la porta che 'l mal amor de l'anime disusa, perche/ fa parer dritta la via torta, sonando la senti' esser richiusa; e s'io avesse li occhi vo`lti ad essa, qual fora stata al fallo degna scusa? Noi salavam per una pietra fessa, che si moveva e d'una e d'altra parte, si` come l'onda che fugge e s'appressa. <>, comincio` 'l duca mio, <>. E questo fece i nostri passi scarsi, tanto che pria lo scemo de la luna rigiunse al letto suo per ricorcarsi, che noi fossimo fuor di quella cruna; ma quando fummo liberi e aperti su` dove il monte in dietro si rauna, io stancato e amendue incerti di nostra via, restammo in su un piano solingo piu` che strade per diserti. Da la sua sponda, ove confina il vano, al pie` de l'alta ripa che pur sale, misurrebbe in tre volte un corpo umano; e quanto l'occhio mio potea trar d'ale, or dal sinistro e or dal destro fianco, questa cornice mi parea cotale. La` su` non eran mossi i pie` nostri anco, quand' io conobbi quella ripa intorno che dritto di salita aveva manco, esser di marmo candido e addorno d'intagli si`, che non pur Policleto, ma la natura li` avrebbe scorno. L'angel che venne in terra col decreto de la molt' anni lagrimata pace, ch'aperse il ciel del suo lungo divieto, dinanzi a noi pareva si` verace quivi intagliato in un atto soave, che non sembiava imagine che tace. Giurato si saria ch'el dicesse `Ave!'; perche/ iv' era imaginata quella ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave; e avea in atto impressa esta favella `Ecce ancilla Dei', propriamente come figura in cera si suggella. <>, disse 'l dolce maestro, che m'avea da quella parte onde 'l cuore ha la gente. Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea di retro da Maria, da quella costa onde m'era colui che mi movea, un'altra storia ne la roccia imposta; per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso, accio` che fosse a li occhi miei disposta. Era intagliato li` nel marmo stesso lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa, per che si teme officio non commesso. Dinanzi parea gente; e tutta quanta, partita in sette cori, a' due mie' sensi faceva dir l'un `No', l'altro `Si`, canta'. Similemente al fummo de li 'ncensi che v'era imaginato, li occhi e 'l naso e al si` e al no discordi fensi. Li` precedeva al benedetto vaso, trescando alzato, l'umile salmista, e piu` e men che re era in quel caso. Di contra, effigiata ad una vista d'un gran palazzo, Mico`l ammirava si` come donna dispettosa e trista. I' mossi i pie` del loco dov' io stava, per avvisar da presso un'altra istoria, che di dietro a Mico`l mi biancheggiava. Quiv' era storiata l'alta gloria del roman principato, il cui valore mosse Gregorio a la sua gran vittoria; i' dico di Traiano imperadore; e una vedovella li era al freno, di lagrime atteggiata e di dolore. Intorno a lui parea calcato e pieno di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro sovr' essi in vista al vento si movieno. La miserella intra tutti costoro pareva dir: <>; ed elli a lei rispondere: <>; e quella: <>, come persona in cui dolor s'affretta, <>; ed ei: <>; ed ella: <>; ond' elli: <>. Colui che mai non vide cosa nova produsse esto visibile parlare, novello a noi perche/ qui non si trova. Mentr' io mi dilettava di guardare l'imagini di tante umilitadi, e per lo fabbro loro a veder care, <>, mormorava il poeta, <>. Li occhi miei, ch'a mirare eran contenti per veder novitadi ond' e' son vaghi, volgendosi ver' lui non furon lenti. Non vo' pero`, lettor, che tu ti smaghi di buon proponimento per udire come Dio vuol che 'l debito si paghi. Non attender la forma del marti`re: pensa la succession; pensa ch'al peggio oltre la gran sentenza non puo` ire. Io cominciai: <>. Ed elli a me: <>. O superbi cristian, miseri lassi, che, de la vista de la mente infermi, fidanza avete ne' retrosi passi, non v'accorgete voi che noi siam vermi nati a formar l'angelica farfalla, che vola a la giustizia sanza schermi? Di che l'animo vostro in alto galla, poi siete quasi antomata in difetto, si` come vermo in cui formazion falla? Come per sostentar solaio o tetto, per mensola talvolta una figura si vede giugner le ginocchia al petto, la qual fa del non ver vera rancura nascere 'n chi la vede; cosi` fatti vid' io color, quando puosi ben cura. Vero e` che piu` e meno eran contratti secondo ch'avien piu` e meno a dosso; e qual piu` pazienza avea ne li atti, piangendo parea dicer: `Piu` non posso'. Purgatorio: Canto XI <>. Cosi` a se/ e noi buona ramogna quell' ombre orando, andavan sotto 'l pondo, simile a quel che talvolta si sogna, disparmente angosciate tutte a tondo e lasse su per la prima cornice, purgando la caligine del mondo. Se di la` sempre ben per noi si dice, di qua che dire e far per lor si puote da quei c'hanno al voler buona radice? Ben si de' loro atar lavar le note che portar quinci, si` che, mondi e lievi, possano uscire a le stellate ruote. <>. Le lor parole, che rendero a queste che dette avea colui cu' io seguiva, non fur da cui venisser manifeste; ma fu detto: <>. Ascoltando chinai in giu` la faccia; e un di lor, non questi che parlava, si torse sotto il peso che li 'mpaccia, e videmi e conobbemi e chiamava, tenendo li occhi con fatica fisi a me che tutto chin con loro andava. <>, diss' io lui, <>. <>, diss' elli, <>. E io a lui: <>. <>, rispuose, <>. E io: <>. <>, disse, <>. Purgatorio: Canto XII Di pari, come buoi che vanno a giogo, m'andava io con quell' anima carca, fin che 'l sofferse il dolce pedagogo. Ma quando disse: <>; dritto si` come andar vuolsi rife'mi con la persona, avvegna che i pensieri mi rimanessero e chinati e scemi. Io m'era mosso, e seguia volontieri del mio maestro i passi, e amendue gia` mostravam com' eravam leggeri; ed el mi disse: <>. Come, perche/ di lor memoria sia, sovra i sepolti le tombe terragne portan segnato quel ch'elli eran pria, onde li` molte volte si ripiagne per la puntura de la rimembranza, che solo a' pii da` de le calcagne; si` vid' io li`, ma di miglior sembianza secondo l'artificio, figurato quanto per via di fuor del monte avanza. Vedea colui che fu nobil creato piu` ch'altra creatura, giu` dal cielo folgoreggiando scender, da l'un lato. Vedea Briareo fitto dal telo celestial giacer, da l'altra parte, grave a la terra per lo mortal gelo. Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, armati ancora, intorno al padre loro, mirar le membra d'i Giganti sparte. Vedea Nembro`t a pie` del gran lavoro quasi smarrito, e riguardar le genti che 'n Sennaa`r con lui superbi fuoro. O Niobe`, con che occhi dolenti vedea io te segnata in su la strada, tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! O Sau`l, come in su la propria spada quivi parevi morto in Gelboe`, che poi non senti` pioggia ne/ rugiada! O folle Aragne, si` vedea io te gia` mezza ragna, trista in su li stracci de l'opera che mal per te si fe/. O Roboa`m, gia` non par che minacci quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci. Mostrava ancor lo duro pavimento come Almeon a sua madre fe/ caro parer lo sventurato addornamento. Mostrava come i figli si gittaro sovra Sennacheri`b dentro dal tempio, e come, morto lui, quivi il lasciaro. Mostrava la ruina e 'l crudo scempio che fe/ Tamiri, quando disse a Ciro: <>. Mostrava come in rotta si fuggiro li Assiri, poi che fu morto Oloferne, e anche le reliquie del martiro. Vedeva Troia in cenere e in caverne; o Ilio/n, come te basso e vile mostrava il segno che li` si discerne! Qual di pennel fu maestro o di stile che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi mirar farieno uno ingegno sottile? Morti li morti e i vivi parean vivi: non vide mei di me chi vide il vero, quant' io calcai, fin che chinato givi. Or superbite, e via col viso altero, figliuoli d'Eva, e non chinate il volto si` che veggiate il vostro mal sentero! Piu` era gia` per noi del monte vo`lto e del cammin del sole assai piu` speso che non stimava l'animo non sciolto, quando colui che sempre innanzi atteso andava, comincio`: <>. Io era ben del suo ammonir uso pur di non perder tempo, si` che 'n quella materia non potea parlarmi chiuso. A noi veni`a la creatura bella, biancovestito e ne la faccia quale par tremolando mattutina stella. Le braccia aperse, e indi aperse l'ale; disse: <>. Menocci ove la roccia era tagliata; quivi mi batte/ l'ali per la fronte; poi mi promise sicura l'andata. Come a man destra, per salire al monte dove siede la chiesa che soggioga la ben guidata sopra Rubaconte, si rompe del montar l'ardita foga per le scalee che si fero ad etade ch'era sicuro il quaderno e la doga; cosi` s'allenta la ripa che cade quivi ben ratta da l'altro girone; ma quinci e quindi l'alta pietra rade. Noi volgendo ivi le nostre persone, `Beati pauperes spiritu!' voci cantaron si`, che nol diria sermone. Ahi quanto son diverse quelle foci da l'infernali! che/ quivi per canti s'entra, e la` giu` per lamenti feroci. Gia` montavam su per li scaglion santi, ed esser mi parea troppo piu` lieve che per lo pian non mi parea davanti. Ond' io: <>. Rispuose: <>. Allor fec' io come color che vanno con cosa in capo non da lor saputa, se non che ' cenni altrui sospecciar fanno; per che la mano ad accertar s'aiuta, e cerca e truova e quello officio adempie che non si puo` fornir per la veduta; e con le dita de la destra scempie trovai pur sei le lettere che 'ncise quel da le chiavi a me sovra le tempie: a che guardando, il mio duca sorrise. Purgatorio: Canto XIII Noi eravamo al sommo de la scala, dove secondamente si risega lo monte che salendo altrui dismala. Ivi cosi` una cornice lega dintorno il poggio, come la primaia; se non che l'arco suo piu` tosto piega. Ombra non li` e` ne/ segno che si paia: parsi la ripa e parsi la via schietta col livido color de la petraia. <>, ragionava il poeta, <>. Poi fisamente al sole li occhi porse; fece del destro lato a muover centro, e la sinistra parte di se/ torse. <>, dicea, <>. Quanto di qua per un migliaio si conta, tanto di la` eravam noi gia` iti, con poco tempo, per la voglia pronta; e verso noi volar furon sentiti, non pero` visti, spiriti parlando a la mensa d'amor cortesi inviti. La prima voce che passo` volando `Vinum non habent' altamente disse, e dietro a noi l'ando` reiterando. E prima che del tutto non si udisse per allungarsi, un'altra `I' sono Oreste' passo` gridando, e anco non s'affisse. <>, diss' io, <>. E com' io domandai, ecco la terza dicendo: `Amate da cui male aveste'. E 'l buon maestro: <>. Allora piu` che prima li occhi apersi; guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti al color de la pietra non diversi. E poi che fummo un poco piu` avanti, udia gridar: `Maria, o`ra per noi': gridar `Michele' e `Pietro' e `Tutti santi'. Non credo che per terra vada ancoi omo si` duro, che non fosse punto per compassion di quel ch'i' vidi poi; che/, quando fui si` presso di lor giunto, che li atti loro a me venivan certi, per li occhi fui di grave dolor munto. Di vil ciliccio mi parean coperti, e l'un sofferia l'altro con la spalla, e tutti da la ripa eran sofferti. Cosi` li ciechi a cui la roba falla, stanno a' perdoni a chieder lor bisogna, e l'uno il capo sopra l'altro avvalla, perche/ 'n altrui pieta` tosto si pogna, non pur per lo sonar de le parole, ma per la vista che non meno agogna. E come a li orbi non approda il sole, cosi` a l'ombre quivi, ond' io parlo ora, luce del ciel di se/ largir non vole; che/ a tutti un fil di ferro i cigli fo/ra e cusce si`, come a sparvier selvaggio si fa pero` che queto non dimora. A me pareva, andando, fare oltraggio, veggendo altrui, non essendo veduto: per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio. Ben sapev' ei che volea dir lo muto; e pero` non attese mia dimanda, ma disse: <>. Virgilio mi veni`a da quella banda de la cornice onde cader si puote, perche/ da nulla sponda s'inghirlanda; da l'altra parte m'eran le divote ombre, che per l'orribile costura premevan si`, che bagnavan le gote. Volsimi a loro e: <>, incominciai, <>. <>. Questo mi parve per risposta udire piu` innanzi alquanto che la` dov' io stava, ond' io mi feci ancor piu` la` sentire. Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava in vista; e se volesse alcun dir `Come?', lo mento a guisa d'orbo in su` levava. <>, diss' io, <>. <>, rispuose, <>. <
  • >, diss' io, <>. Ed ella a me: <>. E io: <>. <>, rispuose, <>. Purgatorio: Canto XIV <>. <>. Cosi` due spirti, l'uno a l'altro chini, ragionavan di me ivi a man dritta; poi fer li visi, per dirmi, supini; e disse l'uno: <>. E io: <>. <>, allora mi rispuose quei che diceva pria, <>. E l'altro disse lui: <>. E l'ombra che di cio` domandata era, si sdebito` cosi`: <>. Com' a l'annunzio di dogliosi danni si turba il viso di colui ch'ascolta, da qual che parte il periglio l'assanni, cosi` vid' io l'altr' anima, che volta stava a udir, turbarsi e farsi trista, poi ch'ebbe la parola a se/ raccolta. Lo dir de l'una e de l'altra la vista mi fer voglioso di saper lor nomi, e dimanda ne fei con prieghi mista; per che lo spirto che di pria parlo`mi ricomincio`: <>. Noi sapavam che quell' anime care ci sentivano andar; pero`, tacendo, facean noi del cammin confidare. Poi fummo fatti soli procedendo, folgore parve quando l'aere fende, voce che giunse di contra dicendo: `Anciderammi qualunque m'apprende'; e fuggi` come tuon che si dilegua, se su`bito la nuvola scoscende. Come da lei l'udir nostro ebbe triegua, ed ecco l'altra con si` gran fracasso, che somiglio` tonar che tosto segua: <>; e allor, per ristrignermi al poeta, in destro feci, e non innanzi, il passo. Gia` era l'aura d'ogne parte queta; ed el mi disse: <>. Purgatorio: Canto XV Quanto tra l'ultimar de l'ora terza e 'l principio del di` par de la spera che sempre a guisa di fanciullo scherza, tanto pareva gia` inver' la sera essere al sol del suo corso rimaso; vespero la`, e qui mezza notte era. E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso, perche/ per noi girato era si` 'l monte, che gia` dritti andavamo inver' l'occaso, quand' io senti' a me gravar la fronte a lo splendore assai piu` che di prima, e stupor m'eran le cose non conte; ond' io levai le mani inver' la cima de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio, che del soverchio visibile lima. Come quando da l'acqua o da lo specchio salta lo raggio a l'opposita parte, salendo su per lo modo parecchio a quel che scende, e tanto si diparte dal cader de la pietra in igual tratta, si` come mostra esperienza e arte; cosi` mi parve da luce rifratta quivi dinanzi a me esser percosso; per che a fuggir la mia vista fu ratta. <>, diss' io, <>. <>, a me rispuose: <>. Poi giunti fummo a l'angel benedetto, con lieta voce disse: <>. Noi montavam, gia` partiti di linci, e `Beati misericordes!' fue cantato retro, e `Godi tu che vinci!'. Lo mio maestro e io soli amendue suso andavamo; e io pensai, andando, prode acquistar ne le parole sue; e dirizza'mi a lui si` dimandando: <>. Per ch'elli a me: <>. <>, diss' io, <>. Ed elli a me: <>. Com' io voleva dicer `Tu m'appaghe', vidimi giunto in su l'altro girone, si` che tacer mi fer le luci vaghe. Ivi mi parve in una visione estatica di su`bito esser tratto, e vedere in un tempio piu` persone; e una donna, in su l'entrar, con atto dolce di madre dicer: <>. E come qui si tacque, cio` che pareva prima, dispario. Indi m'apparve un'altra con quell' acque giu` per le gote che 'l dolor distilla quando di gran dispetto in altrui nacque, e dir: <>. E 'l segnor mi parea, benigno e mite, risponder lei con viso temperato: <>, Poi vidi genti accese in foco d'ira con pietre un giovinetto ancider, forte gridando a se/ pur: <>. E lui vedea chinarsi, per la morte che l'aggravava gia`, inver' la terra, ma de li occhi facea sempre al ciel porte, orando a l'alto Sire, in tanta guerra, che perdonasse a' suoi persecutori, con quello aspetto che pieta` diserra. Quando l'anima mia torno` di fori a le cose che son fuor di lei vere, io riconobbi i miei non falsi errori. Lo duca mio, che mi potea vedere far si` com' om che dal sonno si slega, disse: <>. <>, diss' io, <>. Ed ei: <>. Noi andavam per lo vespero, attenti oltre quanto potean li occhi allungarsi contra i raggi serotini e lucenti. Ed ecco a poco a poco un fummo farsi verso di noi come la notte oscuro; ne/ da quello era loco da cansarsi. Questo ne tolse li occhi e l'aere puro. Purgatorio: Canto XVI Buio d'inferno e di notte privata d'ogne pianeto, sotto pover cielo, quant' esser puo` di nuvol tenebrata, non fece al viso mio si` grosso velo come quel fummo ch'ivi ci coperse, ne/ a sentir di cosi` aspro pelo, che l'occhio stare aperto non sofferse; onde la scorta mia saputa e fida mi s'accosto` e l'omero m'offerse. Si` come cieco va dietro a sua guida per non smarrirsi e per non dar di cozzo in cosa che 'l molesti, o forse ancida, m'andava io per l'aere amaro e sozzo, ascoltando il mio duca che diceva pur: <>. Io sentia voci, e ciascuna pareva pregar per pace e per misericordia l'Agnel di Dio che le peccata leva. Pur `Agnus Dei' eran le loro essordia; una parola in tutte era e un modo, si` che parea tra esse ogne concordia. <>, diss' io. Ed elli a me: <>. <>. Cosi` per una voce detto fue; onde 'l maestro mio disse: <>. E io: <>. <>, rispuose; <>. Allora incominciai: <>. <>. Cosi` rispuose, e soggiunse: <>. E io a lui: <>. Alto sospir, che duolo strinse in <>, mise fuor prima; e poi comincio`: <>. <>, diss' io, <>. <>, rispuose a me; <>. Cosi` torno`, e piu` non volle udirmi. Purgatorio: Canto XVII Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe ti colse nebbia per la qual vedessi non altrimenti che per pelle talpe, come, quando i vapori umidi e spessi a diradar cominciansi, la spera del sol debilemente entra per essi; e fia la tua imagine leggera in giugnere a veder com' io rividi lo sole in pria, che gia` nel corcar era. Si`, pareggiando i miei co' passi fidi del mio maestro, usci' fuor di tal nube ai raggi morti gia` ne' bassi lidi. O imaginativa che ne rube talvolta si` di fuor, ch'om non s'accorge perche/ dintorno suonin mille tube, chi move te, se 'l senso non ti porge? Moveti lume che nel ciel s'informa, per se/ o per voler che giu` lo scorge. De l'empiezza di lei che muto` forma ne l'uccel ch'a cantar piu` si diletta, ne l'imagine mia apparve l'orma; e qui fu la mia mente si` ristretta dentro da se/, che di fuor non veni`a cosa che fosse allor da lei ricetta. Poi piovve dentro a l'alta fantasia un crucifisso, dispettoso e fero ne la sua vista, e cotal si moria; intorno ad esso era il grande Assuero, Este`r sua sposa e 'l giusto Mardoceo, che fu al dire e al far cosi` intero. E come questa imagine rompeo se/ per se/ stessa, a guisa d'una bulla cui manca l'acqua sotto qual si feo, surse in mia visione una fanciulla piangendo forte, e dicea: <>. Come si frange il sonno ove di butto nova luce percuote il viso chiuso, che fratto guizza pria che muoia tutto; cosi` l'imaginar mio cadde giuso tosto che lume il volto mi percosse, maggior assai che quel ch'e` in nostro uso. I' mi volgea per veder ov' io fosse, quando una voce disse <>, che da ogne altro intento mi rimosse; e fece la mia voglia tanto pronta di riguardar chi era che parlava, che mai non posa, se non si raffronta. Ma come al sol che nostra vista grava e per soverchio sua figura vela, cosi` la mia virtu` quivi mancava. <>. Cosi` disse il mio duca, e io con lui volgemmo i nostri passi ad una scala; e tosto ch'io al primo grado fui, senti'mi presso quasi un muover d'ala e ventarmi nel viso e dir: `Beati pacifici, che son sanz' ira mala!'. Gia` eran sovra noi tanto levati li ultimi raggi che la notte segue, che le stelle apparivan da piu` lati. `O virtu` mia, perche/ si` ti dilegue?', fra me stesso dicea, che/ mi sentiva la possa de le gambe posta in triegue. Noi eravam dove piu` non saliva la scala su`, ed eravamo affissi, pur come nave ch'a la piaggia arriva. E io attesi un poco, s'io udissi alcuna cosa nel novo girone; poi mi volsi al maestro mio, e dissi: <>. Ed elli a me: <>. <>, comincio` el, <>. Purgatorio: Canto XVIII Posto avea fine al suo ragionamento l'alto dottore, e attento guardava ne la mia vista s'io parea contento; e io, cui nova sete ancor frugava, di fuor tacea, e dentro dicea: `Forse lo troppo dimandar ch'io fo li grava'. Ma quel padre verace, che s'accorse del timido voler che non s'apriva, parlando, di parlare ardir mi porse. Ond' io: <>. <>, disse, <>. <>, rispuos' io lui, <>. Ed elli a me: <>. La luna, quasi a mezza notte tarda, facea le stelle a noi parer piu` rade, fatta com' un secchion che tuttor arda; e correa contro 'l ciel per quelle strade che 'l sole infiamma allor che quel da Roma tra ' Sardi e ' Corsi il vede quando cade. E quell' ombra gentil per cui si noma Pietola piu` che villa mantoana, del mio carcar diposta avea la soma; per ch'io, che la ragione aperta e piana sovra le mie quistioni avea ricolta, stava com' om che sonnolento vana. Ma questa sonnolenza mi fu tolta subitamente da gente che dopo le nostre spalle a noi era gia` volta. E quale Ismeno gia` vide e Asopo lungo di se` di notte furia e calca, pur che i Teban di Bacco avesser uopo, cotal per quel giron suo passo falca, per quel ch'io vidi di color, venendo, cui buon volere e giusto amor cavalca. Tosto fur sovr' a noi, perche/ correndo si movea tutta quella turba magna; e due dinanzi gridavan piangendo: <>. <>, gridavan li altri appresso, <>. <>. Parole furon queste del mio duca; e un di quelli spirti disse: <>. Io non so se piu` disse o s'ei si tacque, tant' era gia` di la` da noi trascorso; ma questo intesi, e ritener mi piacque. E quei che m'era ad ogne uopo soccorso disse: <>. Di retro a tutti dicean: <>. Poi quando fuor da noi tanto divise quell' ombre, che veder piu` non potiersi, novo pensiero dentro a me si mise, del qual piu` altri nacquero e diversi; e tanto d'uno in altro vaneggiai, che li occhi per vaghezza ricopersi, e 'l pensamento in sogno trasmutai. Purgatorio: Canto XIX Ne l'ora che non puo` 'l calor diurno intepidar piu` 'l freddo de la luna, vinto da terra, e talor da Saturno --quando i geomanti lor Maggior Fortuna veggiono in oriente, innanzi a l'alba, surger per via che poco le sta bruna--, mi venne in sogno una femmina balba, ne li occhi guercia, e sovra i pie` distorta, con le man monche, e di colore scialba. Io la mirava; e come 'l sol conforta le fredde membra che la notte aggrava, cosi` lo sguardo mio le facea scorta la lingua, e poscia tutta la drizzava in poco d'ora, e lo smarrito volto, com' amor vuol, cosi` le colorava. Poi ch'ell' avea 'l parlar cosi` disciolto, cominciava a cantar si`, che con pena da lei avrei mio intento rivolto. <>, cantava, <>. Ancor non era sua bocca richiusa, quand' una donna apparve santa e presta lunghesso me per far colei confusa. <>, fieramente dicea; ed el veni`a con li occhi fitti pur in quella onesta. L'altra prendea, e dinanzi l'apria fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre; quel mi sveglio` col puzzo che n'uscia. Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: <>, dicea, <>. Su` mi levai, e tutti eran gia` pieni de l'alto di` i giron del sacro monte, e andavam col sol novo a le reni. Seguendo lui, portava la mia fronte come colui che l'ha di pensier carca, che fa di se/ un mezzo arco di ponte; quand' io udi' <> parlare in modo soave e benigno, qual non si sente in questa mortal marca. Con l'ali aperte, che parean di cigno, volseci in su` colui che si` parlonne tra due pareti del duro macigno. Mosse le penne poi e ventilonne, `Qui lugent' affermando esser beati, ch'avran di consolar l'anime donne. <>, la guida mia incomincio` a dirmi, poco amendue da l'angel sormontati. E io: <>. <>, disse, <>. Quale 'l falcon, che prima a' pie/ si mira, indi si volge al grido e si protende per lo disio del pasto che la` il tira, tal mi fec' io; e tal, quanto si fende la roccia per dar via a chi va suso, n'andai infin dove 'l cerchiar si prende. Com' io nel quinto giro fui dischiuso, vidi gente per esso che piangea, giacendo a terra tutta volta in giuso. `Adhaesit pavimento anima mea' sentia dir lor con si` alti sospiri, che la parola a pena s'intendea. <>. <>. Cosi` prego` 'l poeta, e si` risposto poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io nel parlare avvisai l'altro nascosto, e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: ond' elli m'assenti` con lieto cenno cio` che chiedea la vista del disio. Poi ch'io potei di me fare a mio senno, trassimi sovra quella creatura le cui parole pria notar mi fenno, dicendo: <>. Ed elli a me: <>. Io m'era inginocchiato e volea dire; ma com' io cominciai ed el s'accorse, solo ascoltando, del mio reverire, <>, disse, <>. E io a lui: <>. <>, rispuose; <>. Purgatorio: Canto XX Contra miglior voler voler mal pugna; onde contra 'l piacer mio, per piacerli, trassi de l'acqua non sazia la spugna. Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li luoghi spediti pur lungo la roccia, come si va per muro stretto a' merli; che/ la gente che fonde a goccia a goccia per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa, da l'altra parte in fuor troppo s'approccia. Maladetta sie tu, antica lupa, che piu` che tutte l'altre bestie hai preda per la tua fame sanza fine cupa! O ciel, nel cui girar par che si creda le condizion di qua giu` trasmutarsi, quando verra` per cui questa disceda? Noi andavam con passi lenti e scarsi, e io attento a l'ombre, ch'i' sentia pietosamente piangere e lagnarsi; e per ventura udi' <> dinanzi a noi chiamar cosi` nel pianto come fa donna che in parturir sia; e seguitar: <>. Seguentemente intesi: <>. Queste parole m'eran si` piaciute, ch'io mi trassi oltre per aver contezza di quello spirto onde parean venute. Esso parlava ancor de la larghezza che fece Niccolo` a le pulcelle, per condurre ad onor lor giovinezza. <>, dissi, <>. Ed elli: <>. Noi eravam partiti gia` da esso, e brigavam di soverchiar la strada tanto quanto al poder n'era permesso, quand' io senti', come cosa che cada, tremar lo monte; onde mi prese un gelo qual prender suol colui ch'a morte vada. Certo non si scoteo si` forte Delo, pria che Latona in lei facesse 'l nido a parturir li due occhi del cielo. Poi comincio` da tutte parti un grido tal, che 'l maestro inverso me si feo, dicendo: <>. `Gloria in excelsis' tutti `Deo' dicean, per quel ch'io da' vicin compresi, onde intender lo grido si poteo. No' istavamo immobili e sospesi come i pastor che prima udir quel canto, fin che 'l tremar cesso` ed el compie/si. Poi ripigliammo nostro cammin santo, guardando l'ombre che giacean per terra, tornate gia` in su l'usato pianto. Nulla ignoranza mai con tanta guerra mi fe/ desideroso di sapere, se la memoria mia in cio` non erra, quanta pareami allor, pensando, avere; ne/ per la fretta dimandare er' oso, ne/ per me li` potea cosa vedere: cosi` m'andava timido e pensoso. Purgatorio: Canto XXI La sete natural che mai non sazia se non con l'acqua onde la femminetta samaritana domando` la grazia, mi travagliava, e pungeami la fretta per la 'mpacciata via dietro al mio duca, e condoleami a la giusta vendetta. Ed ecco, si` come ne scrive Luca che Cristo apparve a' due ch'erano in via, gia` surto fuor de la sepulcral buca, ci apparve un'ombra, e dietro a noi veni`a, dal pie` guardando la turba che giace; ne/ ci addemmo di lei, si` parlo` pria, dicendo: <>. Noi ci volgemmo su`biti, e Virgilio rende/li 'l cenno ch'a cio` si conface. Poi comincio`: <>. <>, diss' elli, e parte andavam forte: <>. E 'l dottor mio: <>. Si` mi die`, dimandando, per la cruna del mio disio, che pur con la speranza si fece la mia sete men digiuna. Quei comincio`: <>. Cosi` ne disse; e pero` ch'el si gode tanto del ber quant' e` grande la sete, non saprei dir quant' el mi fece prode. E 'l savio duca: <>. <>, rispuose quello spirto, <>. Volser Virgilio a me queste parole con viso che, tacendo, disse `Taci'; ma non puo` tutto la virtu` che vuole; che/ riso e pianto son tanto seguaci a la passion di che ciascun si spicca, che men seguon voler ne' piu` veraci. Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca; per che l'ombra si tacque, e riguardommi ne li occhi ove 'l sembiante piu` si ficca; e <>, disse, <>. Or son io d'una parte e d'altra preso: l'una mi fa tacer, l'altra scongiura ch'io dica; ond' io sospiro, e sono inteso dal mio maestro, e <>, mi dice, <>. Ond' io: <>. Gia` s'inchinava ad abbracciar li piedi al mio dottor, ma el li disse: <>. Ed ei surgendo: <>. Purgatorio: Canto XXII Gia` era l'angel dietro a noi rimaso, l'angel che n'avea vo`lti al sesto giro, avendomi dal viso un colpo raso; e quei c'hanno a giustizia lor disiro detto n'avea beati, e le sue voci con `sitiunt', sanz' altro, cio` forniro. E io piu` lieve che per l'altre foci m'andava, si` che sanz' alcun labore seguiva in su` li spiriti veloci; quando Virgilio incomincio`: <>. Queste parole Stazio mover fenno un poco a riso pria; poscia rispuose: <>. <>, disse 'l cantor de' buccolici carmi, <>. Ed elli a lui: <>. <>, rispuose il duca mio, <>. Tacevansi ambedue gia` li poeti, di novo attenti a riguardar dintorno, liberi da saliri e da pareti; e gia` le quattro ancelle eran del giorno rimase a dietro, e la quinta era al temo, drizzando pur in su` l'ardente corno, quando il mio duca: <>. Cosi` l'usanza fu li` nostra insegna, e prendemmo la via con men sospetto per l'assentir di quell' anima degna. Elli givan dinanzi, e io soletto di retro, e ascoltava i lor sermoni, ch'a poetar mi davano intelletto. Ma tosto ruppe le dolci ragioni un alber che trovammo in mezza strada, con pomi a odorar soavi e buoni; e come abete in alto si digrada di ramo in ramo, cosi` quello in giuso, cred' io, perche/ persona su` non vada. Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso, cadea de l'alta roccia un liquor chiaro e si spandeva per le foglie suso. Li due poeti a l'alber s'appressaro; e una voce per entro le fronde grido`: <>. Poi disse: <>. Purgatorio: Canto XXIII Mentre che li occhi per la fronda verde ficcava io si` come far suole chi dietro a li uccellin sua vita perde, lo piu` che padre mi dicea: <>. Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto, appresso i savi, che parlavan si`e, che l'andar mi facean di nullo costo. Ed ecco piangere e cantar s'udi`e `Labia mea, Domine' per modo tal, che diletto e doglia parturi`e. <>, comincia' io; ed elli: <>. Si` come i peregrin pensosi fanno, giugnendo per cammin gente non nota, che si volgono ad essa e non restanno, cosi` di retro a noi, piu` tosto mota, venendo e trapassando ci ammirava d'anime turba tacita e devota. Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, palida ne la faccia, e tanto scema che da l'ossa la pelle s'informava. Non credo che cosi` a buccia strema Erisittone fosse fatto secco, per digiunar, quando piu` n'ebbe tema. Io dicea fra me stesso pensando: `Ecco la gente che perde/ Ierusalemme, quando Maria nel figlio die` di becco!' Parean l'occhiaie anella sanza gemme: chi nel viso de li uomini legge `omo' ben avria quivi conosciuta l'emme. Chi crederebbe che l'odor d'un pomo si` governasse, generando brama, e quel d'un'acqua, non sappiendo como? Gia` era in ammirar che si` li affama, per la cagione ancor non manifesta di lor magrezza e di lor trista squama, ed ecco del profondo de la testa volse a me li occhi un'ombra e guardo` fiso; poi grido` forte: <>. Mai non l'avrei riconosciuto al viso; ma ne la voce sua mi fu palese cio` che l'aspetto in se/ avea conquiso. Questa favilla tutta mi raccese mia conoscenza a la cangiata labbia, e ravvisai la faccia di Forese. <>, pregava, <>. <>, rispuos' io lui, <>. Ed elli a me: <>. E io a lui: <>. Ond' elli a me: <>. Per ch'io a lui: <>, e 'l sol mostrai; <>, e addita'lo; <>. Purgatorio: Canto XXIV Ne/ 'l dir l'andar, ne/ l'andar lui piu` lento facea, ma ragionando andavam forte, si` come nave pinta da buon vento; e l'ombre, che parean cose rimorte, per le fosse de li occhi ammirazione traean di me, di mio vivere accorte. E io, continuando al mio sermone, dissi: <>. <>. Si` disse prima; e poi: <>, e mostro` col dito, <>. Molti altri mi nomo` ad uno ad uno; e del nomar parean tutti contenti, si` ch'io pero` non vidi un atto bruno. Vidi per fame a vo`to usar li denti Ubaldin da la Pila e Bonifazio che pasturo` col rocco molte genti. Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio gia` di bere a Forli` con men secchezza, e si` fu tal, che non si senti` sazio. Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza piu` d'un che d'altro, fei a quel da Lucca, che piu` parea di me aver contezza. El mormorava; e non so che <> sentiv' io la`, ov' el sentia la piaga de la giustizia che si` li pilucca. <>, diss' io, <>. <>, comincio` el, <>. E io a lui: <>. <>, diss' elli, <>; e, quasi contentato, si tacette. Come li augei che vernan lungo 'l Nilo, alcuna volta in aere fanno schiera, poi volan piu` a fretta e vanno in filo, cosi` tutta la gente che li` era, volgendo 'l viso, raffretto` suo passo, e per magrezza e per voler leggera. E come l'uom che di trottare e` lasso, lascia andar li compagni, e si` passeggia fin che si sfoghi l'affollar del casso, si` lascio` trapassar la santa greggia Forese, e dietro meco sen veniva, dicendo: <>. <>, rispuos' io lui, <>. <>, diss' el; <>, e drizzo` li occhi al ciel, <>. Qual esce alcuna volta di gualoppo lo cavalier di schiera che cavalchi, e va per farsi onor del primo intoppo, tal si parti` da noi con maggior valchi; e io rimasi in via con esso i due che fuor del mondo si` gran marescalchi. E quando innanzi a noi intrato fue, che li occhi miei si fero a lui seguaci, come la mente a le parole sue, parvermi i rami gravidi e vivaci d'un altro pomo, e non molto lontani per esser pur allora vo`lto in laci. Vidi gente sott' esso alzar le mani e gridar non so che verso le fronde, quasi bramosi fantolini e vani che pregano, e 'l pregato non risponde, ma, per fare esser ben la voglia acuta, tien alto lor disio e nol nasconde. Poi si parti` si` come ricreduta; e noi venimmo al grande arbore adesso, che tanti prieghi e lagrime rifiuta. <>. Si` tra le frasche non so chi diceva; per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, oltre andavam dal lato che si leva. <>, dicea, <>. Si` accostati a l'un d'i due vivagni passammo, udendo colpe de la gola seguite gia` da miseri guadagni. Poi, rallargati per la strada sola, ben mille passi e piu` ci portar oltre, contemplando ciascun sanza parola. <>. su`bita voce disse; ond' io mi scossi come fan bestie spaventate e poltre. Drizzai la testa per veder chi fossi; e gia` mai non si videro in fornace vetri o metalli si` lucenti e rossi, com' io vidi un che dicea: <